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La storia del vino è un
po' la storia stessa dell'umanità. Risulta quindi difficile
tracciarne con precisione il corso: ogni civiltà, ogni
impero, ogni vicenda politica e di potere ha avuto le
proprie storie di vino, più o meno legate agli eventi
stessi che hanno delineato il corso della storia. Non
pretendiamo con queste poche righe di aggiungere qualcosa
a quanto già scritto o detto da illustri esperti di tutto
il mondo. E' nostro intento soltanto presentare in modo
semplice e sintetico le tappe fondamentali dello sviluppo
di questa straordinaria bevanda, nella certezza che la
conoscenza, seppure superficiale, di questo cammino ci
permetta di apprezzare e capire meglio il vino di oggi. |
Nei tempi antichi
La storia del vino muove i primi passi in oriente, nella culla
della civiltà. La Bibbia, nella Genesi, ci riferisce di Noè
che appena uscito dall'arca pianta una vigna e ne ottiene
vino, fornendoci testimonianza del fatto che le tecniche enologiche
erano ben conosiute già in epoca prediluviana.
Gli Egiziani furono maestri e depositari di tali tecniche.
Con la cura e la precisione che li distingueva, tenevano registrazioni
accurate di tutte le fasi del processo produttivo, dal lavoro
in vigna alla conservazione. Ne abbiamo testimonianza dai
numerosi geroglifici che rappresentano con qrande ricchezza
di particolari come si produceva il vino dei faraoni. Paradossalmente
possiamo dire di sapere tutto e niente del loro vino, ovvero
sappiamo come lo facevano ma non possiamo purtroppo sapere
che sapore avesse!
Attraversi i Greci e i Fenici il vino entrò in Europa.
All'epoca dell'Impero Romano la viticoltura si diffuse enormemente,
raggiungendo l'Europa settentrionale.
Le tecniche vitivinicole conobbero in quei secoli notevole
sviluppo: a differenza dei Greci, che conservavano il vino
in anfore di terracotta, i Romani cominciarono a usare barili
in legno e bottiglie di vetro, introducendo, o quantomeno
enfatizzando, il concetto di "annata" e "invecchiamento".
Fu a partire dal secondo secolo che si cominciò a dare importanza
alla coltivazione della vite in Borgogna, nella Loira e nella
Champagne.
Nel Medioevo
Nei secoli bui del Medioevo il potere assoluto della Chiesa
influì fortemente sullo sviluppo della vitivinicoltura, così
come sullo sviluppo di ogni altro campo della vita sociale
e artistica. Il vino, ma soprattutto il buon vino, era ancor
più sinonimo di ricchezza e prestigio e l'eccellere nella
produzione di qualità divenne per alcuni ordini ecclesiastici
quasi una ragione di vita.
I Benedettini, diffusi in tutta Europa, erano famosi per il
loro vino e per il consumo non proprio moderato che ne facevano.
Si comincia a delineare fortemente in questi secoli il ruolo
centrale della Francia nella produzione di grandi vini, ruolo
che soltanto negli ultimi decenni ha cominciato a conoscere
degni antagonisti, fra i quali l'Italia.
Gli ultimi secoli
Gli ultimi secoli della nostra era sono stati testimoni di
uno sviluppo straordinario delle tecniche vitivinicole.
L'arrivo della cioccolata dall'America, del tè dalla Cina,
del caffè dall'Arabia e la diffusione di birra e distillati
nel XVII secolo, rese la vita difficile al vino, che perse
il primato di unica bevanda sicura e conservabile.
Questo ha spinto i produttori a cercare la migliore qualità
per competere con i nuovi arrivati.
L'evoluzione tecnologica nella lavorazione del vetro rese
più facile la relizzazione di bottiglie adatte e la scoperta
del sughero rese possibile condizioni di conservazione ideali.
Nel XVIII secolo si consolidò la tendenza a produrre vini
più intensi, scuri e fermentati a lungo. Cominciò ad affermarsi
in questo contesto il porto come straordinario vino da lungo
invecchiamento.
Il XIX secolo ha vissuto la massima euforia vitivinicola.
L'economia nazionale di molti paesi si basava sulla produzione
di vino. Ma prima della fine del secolo, doveva abbattersi
il grande flagello della filossera, un parassita che colpisce
le radici della vite europea. Quasi tutti i vigneti d'Europa
andarono distrutti o furono gravemente danneggiati. La soluzione
, non certo indolore, fu quella di ripartire da zero innestando
la vite europea sulla radice americana immune alla filossera.
La rivoluzione industriale ha cambiato, negli ultimi decenni,
il mondo del vino. Grazie alle tecniche di refrigerazione
dei vasi vinari, paesi caldi come la California e l'Australia
hanno cominciato a produrre vini eccellenti, grazie anche
a uve di eccezionale qualità. Il Nuovo Mondo ha avuto la capacità,
grazie alla mancanza di convenzioni e condizionamenti, di
imparare in fretta e raggiungere risultati straordinari in
pochissimo tempo.
La situazione in Italia
Nel nostro paese si è sempre pensato di saper fare il vino
meglio degli altri. Senza dubbio l'Italia è un paese strordinarimante
vocato alla viticoltura (non dimentichiamo che i Greci la
chiamavano Enotria, terra del vino).
Purtroppo però questa vocazione del territorio non è stata
mai sfruttata appieno.
Dal Medioevo a oggi in molte zone d'Italia è cambiato ben
poco nel modo di allevare viti e fare vino. Per i più, vige
ancora la cultura del "vino del contadino" come massima lussuria
enologica, finendo per scambiare per buon vino prodotti instabili
e spesso maleodoranti.
Da alcuni anni per fortuna qualcosa sta cambiando. Sempre
più aziende cominciano a lavorare sulla qualità, sulla bassa
resa per ettaro e sull'applicazione di criteri scientifici
in fase di vinificazione. Così al fianco di Sassicaia, Tignanello
e compagnia stanno sorgendo una gran quantità di vini eccelenti
che nulla hanno da invidiare ai grandi vini francesi, californiani
o australiani. Il potenziale dell'Italia vitivinicola è immenso
e le aziende l'hanno capito. D'altra parte i consumatori si
dividono ancora in "bevitori" e "degustatori", i primi (ancora
la maggioranza) affezionati al vino della casa e un po' incuranti
della qualità, i secondi più consapevoli del fatto che il
vino può essere un'opera d'arte.
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ABBINARE IL VINO AL CIBO
E' molto importante capire i principi fondamentali dell'abbinamento
vino-cibo per imparare ad apprezzare di più sia l'uno che
l'altro, e per non commettere grossolani errori che potrebbero
rovinare una cena o mortificare un grande vino.
Carattere di un piatto
Il gusto di un piatto è caratterizzato principalmente da quattro
fattori: Sapidità
Aroma
Grassezza
Dolcezza
Per sapidità si intende l'intensità di sapore.
L'aroma invece ha a che fare con le facoltà olfattive e viene
percepito sia attraverso le narici sia per via retronasale
quando mastichiamo e deglutiamo il boccone.
La grassezza di un cibo produce in bocca sensazioni di untuosità
e morbidezza.
La dolcezza è percepita dalla punta della lingua e viene immediatamente
avvertita.
Secondo alcuni, queste quattro caratteristiche trovano corrispondenza
in altrettante qualità del vino, rispettivamente:
Alcol
Profumo
Astringenza
Morbidezza
Secondo questa corrispondenza, più un cibo è saporito, più
il vino avrà tenore alcolico; il profumo del vino dovrà avere
una certa affinità con l'aroma del piatto; la grassezza sarà
compensata dall'astringenza di un vino con buona acidità e
tannicità; la dolcezza chiederà un vino morbido e dolce.
Questo spiega perchè un piatto di pasta al dente condita con
verdure fresche di stagione (sapore delicato, aromi freschi
e vegetali, pochi grassi) sarà accompagnato ad un vino bianco
poco alcolico con profumo fresco e delicato, mentre una pietanza
saporita a base di carne (alta sapidità, aroma complesso,
discreta grassezza) richiederà un rosso di corpo mediamente
invecchiato.
La teoria del colore
Non sappiamo quanto sia scientifica, ma questa teoria ci sembra
abbastanza convincente. Si basa sul fatto che colore e sapore
sono in qualche misura legati. Da un cibo verde ci si aspetterà
un sapore erbaceo e vegetale, da un cibo rosso un sapore acido
e così via.
Un colore chiaro e tenue è sinonimo di delicatezza, mentre
un colore scuro preannuncia un gusto intenso.
In base a questo principio, a nessuno verrebbe in mente di
abbianare a un filetto di vacca ai ferri un giovane Verdicchio,
ma piuttosto un Chianti Riserva, e crediamo avrebbe ragione.
Qualche consiglio
Come aperitivo non c'e niente di meglio che uno Champagne
millesimato o uno spumante metodo classico di qualità, ad
esempio un buon Franciacorta. Non servite spumanti secchi
con il dessert: anche se molti lo fanno in genere sbagliano.
Servite piuttosto un Moscato d'Asti o un vino liquoroso dolce,
magari un passito d'annata.
Attenzione al pomodoro: la sua spiccata acidità tende ad appiattire
il gusto del vino. Se quindi volete aprire una bottiglia di
Château Petrus preparate qualcos'altro.
Ricordatevi che esistono grandi vini del vecchio mondo come
il Porto, lo Sherry e il Madeira, spesso dimenticati ma capaci,
se ben fatti, di regalare grandi emozioni.
I formaggi erborinati piccanti (Roquefort, Stilton, Gorgonzola
Piccante e pure il Parmigiano Reggiano) sono accompagnati
in modo eccellente da vini dolci liquorosi.
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